Tutto il mondo dentro l'alfabeto
A Roma una mostra di calligrafi arabi:
dalla comunicazione alla rappresentazione artistica

Una goccia, una piccola goccia di miele in mezzo agli orrori di questi giorni terribili nei quali l'Iraq pare fatto soltanto di sgozzatori, mutilatori, rapimenti, torture, bombardamenti, stragi di donne, bambini, soldati e kamikaze che si avventano sul mondo e uccidono e straziano. Si, è davvero come una goccia di miele, in tanto dolore, questa piccola mostra aperta a Roma fino alla fine del mese, dedicata alla calligrafìa, ai calligrafi e ai ceramisti dell'Iraq. Dunque, laggiù, qualcuno scrive ancora nel bellissimo kufico fiorito, realizza ceramiche che invocano il nome dì Dio o traduce, in «purissima lingua araba» i versi eterni di Fabio Neruda o di Goethe. Guardando la mostra, piccola e non dilagante, si tira davvero un sospiro di sollìevo, e per un attimo, non si pensa più a tanto sangue e tanto dolore. Ne siarno sicuri: Harun Al-Rashid, il grande e colto califfo che amava Baghdad o il mistico Al-Hallaj, il «pazzo di Dio», avrebbero proprio parlato del miele per descrivere i risultati del lavoro dei raffinati calligrafi che copiavano le pagine del Corano, scrivevano dolcissimi poemi d'amore o descrivevano i paesaggi della Mesòpotamia, quell'incredibile mondo tra i due fiumi che aveva avuto origine nella notte dei tempi. La mostra di Roma, presso la Galleria «II Canovaccio» (via delle Colonnette 27), espone lavori della professoressa italiana Bibi Trabucchi, una maestra europea del «segno arabo» e dei maestri Mohammed Al-Nori e Wissam Al- Haddad che espongono anche lavori in ceramica. Il titolo della rassegna (aperta tutti i giorni dalle 16,30 alle 20} forse la prima nella Capitale italiana, è Mille e un segno ed è stata organizzata dalla Provincia di Roma, dal Comune, dall'organizzazione «Un ponte per...» (quella delle due Simone), con il contributo dell'Adnkronos e dell'Atac e fa parte di tutta una serie di manifestazioni di notevole interesse. Tutte dedicate all'Iraq, alla calligrafìa araba, alla musica e alla poesia irachena. Ieri pomeriggio, sempre alla galleriìa «il Canovaccio, si è parlato sullla calligrafia e l'Islam. Domani, alle ore 19, il professor Giovanni Curatola affronterà il tema «II futuro della memoria» e ancora sabato e domenica si terrà un dibattito sulla calligrafia e quindi una conferenza sull'Iraq dei califfi. Verranno inoltre letti «versi d'amore e di pace» e ci saranno anche letture di poesie irachene, lette da poeti e da studenti che sono a Roma. Sabato 27, infine, nella sala dei convegni detl'AdnKronos in piazza Mastai, alle ore 21, il liutista Asim Al Chalabi, terrà un concerto di musica irachena.
Il programma per far conoscere anche la cultura dell'Iraq, oltre alle sue tragedie e al dramma quotidiano, è davvero vasto e articolato e di estremo interesse proprio ora, in questi giorni in un momento cosi terribile. Ma torniamo alla mostra. Bisogna, prima di tutto, per capirne ili senso e l'importanza, parlare per un momento della straordinaria tradizione dei calligrafi arabi, dopo la nascita dell'islam. Secondo il profeta Muhammad («Pace e benedizioni di Dio siano su di lui», come scrìvono sempre i credenti) disse e spiegò che la raffigurazione dell'uomo, creatura dell'Altissimo, non poteva essere permessa. Dunque, l'unica espressione artistica con la quale si potevano raccontare le cose del mondo e della fede, era soltanto la scrittura. Così nei secoli, gli scriba, divennero straordinari maestri di calligrafia e capaci di realizzare splendide e raffinatissime tavole nelle quali l'alfabeto arabo, il nome di Allah, le poesie d'amore e di fede, le descrizioni di deserti e delle città, divennero, con il passare delle generazioni, autentiche opere d'arte. È il tempo in cui i migliori calligrafi lavorano alle corti dei sultani, dei califfi e degli uomini santi che propagandavano la fede. Visir, uomini ricchi o colti personaggì dell'antichità, facevano a gara per avere ì grandi della calligrafìa alle proprie dipendenze. Nacquero cosi famosissime scuole: alcune in Egitto, altre In Persia o nella Penisola Arabica. Straordinarie quelle volute dai sultani di Costantinopoli è di altre città, turche. Chi non ha mai visto un «firmano» del sultano di Smirne ( un ordine scritto con firma autentica) o di Costantinopoli, non potrà mai rendersi conto davvero dei vertici di raffinatezza raggiunti dai callagrafì musulmani. Una scuola straordinaria, per esempio, nacque a Kufa, in Iraq, È in quella citta che nacquero il classico «Kufico» »il «kufico fiorito» e certe forme di «naski». Tutte calligrafie di straordinaria bellezza che si ritrovano in antichissimi incunaboli, in certe lapidi apposte agli ingressi delle città della Mesopotamìa o sulle tombe degli Osman in Turchia. Il kufico dilagò rapidamente in tutto il mondo islamico, come scrittura colta e Celebrativa. Tra l'altro. proprio alla mostra di Roma, abbiamo saputo che la guerra, almeno per ora, non ha provocato danni alla celeberrima scuola di calligrafìa a Kufa. Muhammed Al-Nori e Wissam Ali-Haddad, anche se giovani, godono di grande fama tra i musulmani, Il primo, e diplomato in calligrafia all'Università di Baghdad, docente negli Emirati Arabi, ha partecipato a mostre in Iraq, Spagna e Giordania. Collabora con televisioni arabe e giornali. Al Haddad, invece, è il primo classificato del suo corso all'Università di Baghdad. Scolpisce ceramiche anche grandi e ha partecipato a decine di mostre. Svolge poi attività di ricerca sulla calligrafia tridimensionale e ha già avuto una serie infinita di premi. Inoltre ha decorato con Cerainica, palazzi e moschèe. E veniamo alla nostra Bibi Trabucchi che, per venticinque anni, ha lavorato in un grande quotidiano. Diplomata maestro d'arte e laureata, ha esposto un po' ovunque opere caìligrafiche in arabo e cinese. Lavora tra la Francia e Roma. Da noi, ha insegnato e insegna calligrafia e grafica. I due artisti iracheni, presentano alla mostra una serie di «calligrafie» a china e a colori con motivi di scrittura classica e con ceramiche di carattere strettamente religioso I «calligrammi» dèi due giovani maestri sono di grande raffinatezza e bellezza e il kufico fiorito, diventa davvero «segno» inimitabile e «marchio» di un mondo e di una storia. Fa un certo effetto - diciamolo - vedere tradotto in arabo il verso di Neruda che dice: «Io amo perfino le radici del mio piccolo e freddò paese». Bibi Trabucchi, ha «osato» di più: con il kufico classico e il fiorito, ha anche affrontato il tema della guerra, scrìvendo con diversi segni e modi, la parola «pace» Le lettere, però, ogni tanto, in tutta una serie di chine senza colore, risultano spezzate e come contorte dal dolore. La sua ricerca è, diciamo cosi, è più laica e più vicina al nostro modo di sentire. II segno sulla carta è comunque molto bello e straordinariamente «classico», anche nella modernità dei contenuti. Chi guarderà i «calligrammi», non dovrà comunque dimenticare che la scrittura araba parte da destra verso sinistra e dall'alto verso il basso. Le ragazze di «Un ponte per...» sono comunque a disposizione in galleria per accompagnare o distribuire cataloghi e inviti che prelevano da quei loro tavoli «apparecchiati» con le bandiere della pace.

Wladimiro Settimelli

L'Unità 18 novembre 2004

www.bibiart.eu
Official website of
Bibi Trabucchi